Residuo Zero: sul mercato le prime quantità di uva certificata

Residuo Zero: sul mercato le prime quantità di uva certificata

Residuo Zero: sul mercato le prime quantità di uva certificata

Dopo tre anni di sperimentazione l’agronomo Angelo Gasparre – Food Agri Service Srl – parla della sua esperienza di uva a Residuo Zero e chiarisce pregi e difetti di questo nuovo tipo di conduzione che potrebbe dare vita ad una nuova filiera.

 

Angelo, l’anno scorso abbiamo pubblicato la tua intervista sull’argomento Residuo Zero. Il titolo recitava: “La sfida è aperta”. Quest’anno vediamo le foto dei primi grappoli di uva da tavola certificati Residuo Zero pronti a raggiungere le tavole dei consumatori; la sfida l’avete vinta, dunque?

Al terzo anno di lavoro siamo ufficialmente arrivati con le prime due produzioni di uva da tavola a Residuo Zero condotte e certificate. I campi condotti secondo questa modalità sono stati due: il primo dell’azienda 3 Elle di Liso, in agro di Barletta (BT), per la varietà precoce Vittoria; e il secondo in agro di Noicattaro (BA) – all’interno dell’azienda Didonna Nicola – con la cultivar tardiva Italia. Il prodotto di entrambe le varietà si è presentato di ottima qualità e proprio oggi (11 ottobre 2021 ndg) stiamo effettuando i tagli della cv Italia con capofila commerciale del progetto SUPREME di Didonna Michele & Figli Srl.

 

Il Residuo Zero è una certificazione di prodotto, del tutto volontaria, che garantisce la presenza di prodotti fitosanitari di sintesi chimica al di sotto dello 0,01 mg/kg.

 

In molti, oggi, parlano di Residuo Zero, di cosa si tratta?

Il Residuo Zero è una certificazione di prodotto, del tutto volontaria, che garantisce la presenza di prodotti fitosanitari di sintesi chimica al di sotto dello 0,01 mg/kg. Le produzioni certificate Residuo Zero sottostanno a dei disciplinari tecnici di produzione e devono essere certificate da un ente terzo accreditato. L’azienda agricola, dal canto suo, stila un proprio disciplinare tecnico per raggiungere l’obiettivo finale. Gli enti di certificazione sono diversi, ognuno dei quali ha delle proprie linee guida. Quindi oltre ad un autocontrollo interno – compiuto in autonomia per dimostrare che si sta lavorando nella giusta direzione – l’ente addetto alla certificazione è chiamato durante l’audit ad effettuare un campionamento per valutare la conformità del prodotto alla certificazione richiesta. Certo, oggi si parla molto di Residuo Zero, a volte dimenticando che un prodotto, per considerarsi tale, deve essere certificato ed etichettato con delle specifiche previste dalla certificazione stessa.

L'agronomo Angelo Gasparre

Per ottenere la certificazione Residuo Zero è necessario possedere altre certificazioni?

Ad oggi non esiste ancora una linea comune tra i diversi enti certificatori. I disciplinari di molti enti prevedono come prerequisito alcune certificazioni, altri prevedono il controllo di una serie di buone prassi agricole; quindi se l’azienda è già certificata Global GAP, per esempio, è avvantaggiata. A mio avviso il plus che rende interessante questa nuova frontiera di produzione è che la certificazione è visibile attraverso un marchio posto sulla confezione del prodotto, il brand arriva dunque direttamente al consumatore. Colgo l’occasione per ricordare che tale percorso certificativo è a due livelli. Anche l’azienda commerciale, infatti, è tenuta a possedere un proprio disciplinare tecnico e ad adempiere a determinati requisiti. Questo perché il prodotto a Residuo Zero dovrà essere manipolato, confezionato, etichettato e conservato escludendo potenziali rischi di cross contamination con il prodotto convenzionale. Anche il layout del packaging – loghi e diciture da inserire sulla confezione – dovrà essere verificato e approvato dall’ente di certificazione.

 

 

Spostiamoci in campo, che stagione è stata questa?

L’inizio della campagna è stata favorevole: il clima asciutto di cui abbiamo goduto ha sfavorito l’insorgere di problemi di natura fitosanitaria. Nonostante ciò non è stato certo un gioco da ragazzi condurre i vigneti a Residuo Zero vista l’elevatissima pressione dell’oidio che ha disturbato il sonno di produttori e tecnici che conducono uva anche in convenzionale. Fortunatamente l’uva Italia che abbiamo cominciato a raccogliere da pochi giorni si presenta oltremodo sano. Il risultato è stato raggiunto grazie all’alternanza delle sostanze attive di natura biologica e all’utilizzo dello zolfo in polvere, con trattamenti a secco che hanno contribuito a contenere l’umidità sulle piante.

Una grandissima mano nel contenimento della cocciniglia ci è stata data dalla confusione sessuale. L’insetto sta causando gravissimi problemi a molti viticoltori anche perché non è più consentito l’uso del clorpirifos metile. Ritengo dunque che la cocciniglia farinosa della vite sarà sicuramente uno di quegli insetti con cui saremo costretti a confrontarci sempre più frequentemente in futuro; la confusione sessuale potrebbe essere un ottimo strumento per andare in soccorso dei produttori. Difatti lo stesso metodo è stato utilizzato anche per il contenimento della Lobesia Botrana, la tignoletta della vite. L’efficacia della confusione aumenta con il passare degli anni, e ne abbiamo avuto la prova nel corso di questi anni di utilizzo.

 

Sperimentazioni come queste hanno comunque delle ricadute positive anche per i campi condotti in integrato, considerando che il PAN (Piano d’Azione Nazionale) prevede sempre più la riduzione della chimica dalle produzioni.

Ti sento particolarmente orgoglioso.

Lo sono. Perché tre anni fa ero uno degli agronomi più scettici circa questo nuovo tipo di conduzione. Oggi mi rendo conto che sperimentare e provare nuove linee di difesa con bassissima presenza di chimica ci aiuta a mettere alla prova e affinare tutte le novità che il biocontrollo mette a disposizione. Sperimentazioni come queste hanno comunque delle ricadute positive anche per i campi condotti in integrato, considerando che il PAN (Piano d’Azione Nazionale) prevede sempre più la riduzione della chimica dalle produzioni. Ovviamente l’uva prodotta in integrato è un prodotto assolutamente sicuro, al pari del Residuo zero. Il legislatore ha fissato dei Limiti Massimi di Residui, e tutta la nostra uva immessa sul mercato rispetta questi limiti. Potrebbe però esserci una nuova fetta di mercato formata da consumatori disposti a pagare di più per mangiare uva con residui al di sotto dello 0,01 ppm.

uva da tavola cv Italia Residuo Zero

Parliamo di costi di produzione

La produzione Residuo Zero è una conduzione molto a rischio che potrebbe comportare anche la perdita di una buona percentuale di prodotto. Confusione sessuale, accurata gestione dell’acqua e della nutrizione, mezzi di bio controllo… Tutto ciò rappresenta un investimento importante per le aziende. A mio parere, oggi, il Residuo Zero può essere redditizio e vincente solo se condotto come progetto di filiera. Nessun produttore sano di mente potrebbe intraprendere questo nuovo tipo di conduzione senza prima accertarsi di avere uno sbocco commerciale per il suo prodotto. Io per primo ho lavorato con aziende agricole che possiedono anche un’azienda di commercializzazione. I costi di produzione sono dunque più alti, ma il bello deve ancora arrivare. Siamo nella fase in cui dobbiamo capire se tutti questi sforzi saranno correttamente retribuiti dal mercato, in una stagione – per altro – in cui i prezzi sono ai minimi storici. Per questo è necessario poter contare su una filiera in grado di condividere e ripagare il rischio che conduzioni come questa possiedono.

 

 

Il prezzo del prodotto dovrà quindi essere adeguato.

Produrre uva da tavola a residuo zero e venderla allo stesso prezzo di uva condotta in modo convenzionale sarebbe un progetto fallimentare. Io sarei il primo a sconsigliare di percorrere questa strada senza un riconoscimento economico capace di giustificare le perdite, i rischi e i costi che si dovranno affrontare. L’intenzione della sperimentazione, non è certo quella di sostituire la produzione integrata con il Residuo Zero; ma capire e poter dar vita ad una nuova filiera con dei nuovi consumatori disposti a riconoscere un valore più alto a questo prodotto. Così come emerge da alcuni studi effettuati su altri prodotti certificati a Residuo zero.

 

 

A proposito di prezzi, che riscontro avete avuto dalle uve che siete riusciti a raccogliere?

Le precoci non le abbiamo commercializzate perché abbiamo dovuto affrontare una serie di passaggi legati alla questione della sperimentazione. Siamo ansiosi di capire come la GDO potrà rispondere a queste prime quote di uva Italia. Il 2021 è un anno di prova per la parte commerciale: incrociamo le dita.

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